di Jack » 24/04/2009, 13:22
Questo racconto è un vero spasso, l'autore è Matteo Rinaldi, sul suo blog. matteorinaldi.com, altri esilaranti racconti sul mondo della vela.
Notti in braghe di vela
Dal resoconto di un’indimenticabile veleggiata: ecco perché di notte è meglio dormire
Volevamo fare Chioggia-Parenzo, la gloriosa traversata dell’Alto Adriatico a vela. Sarebbe stata la nostra prima traversata notturna. A essere sinceri sarebbe stata la prima traversata e basta, visto che mai ci eravamo spinti a più di trecento metri dalla riva. Forse per questo si pensava alla notte: meno si vede, meno c’è da aver paura.
Avevamo tutto: una barca trovata a noleggio; un equipaggio trovato a caso; tre giorni strappati alle famiglie; due patenti strappate alla Capitaneria. E ben tre comandanti in un colpo solo: io, Sandro e Andrea.
Ma ecco il contrattempo. Poche ore prima di partire scopriamo di non avere il “certificato Rtf”, documento senza il quale la patente non vale un fico secco. Ci spiegano che per ottenerlo basta spedire un prestampato, una foto e un vaglia da 0,25 euro (giuro). Sembra uno scherzo ma non lo è. Italiani siamo.
Decidiamo di partire senza. Noi comandanti abbiamo un obiettivo piccolo piccolo: conquistare l’Adriatico. Filippo e Davide (l’equipaggio) uno enorme: rilassarsi. Poveretti.
Per non dare nell’occhio lanciamo il nostro Bavaria 36 (timone a ruota e ben tre cabine) la mattina presto. Puntiamo verso l’Istria in gran segreto, confortati dalla situazione meteo: il mare è una tavola, la temperatura di settembre semplicemente perfetta.
Mica ci mettiamo subito in rotta come se fossimo una petroliera: è doveroso infatti verificare la barca con qualche virata e un po’ di andature. Una, due, tre vire. Già che ci siamo facciamone dieci. Anche una dozzina per essere sicuri.
Quando tocchiamo quota seicentottanta, cinque ore dopo, (Davide, quello che voleva rilassarsi, ha già un curioso tic all’occhio sinistro) ci pare di aver preso la mano. Decidiamo di fare il punto col gps: dovremmo ormai essere in vista della meta.
“Orario e posizione!” chiedo a Sandro che sta al timone col Gps davanti al naso.
“Hum… Non capisc… Problem… Strumento non rispond…” bofonchia mentre digita nervosamente sulla consolle. Dannata tecnologia.
“Dove siamo?” chiedo ad Andrea, che ha saggiamente carteggiato, come ben ci hanno insegnato a scuola. Ah, i vecchi metodi!
“Hum, la terra che s’intravvede laggiù è certamente l’isolotto di Crveni. Semprecché la corrente non ci abbia fatto deviare di qualche grado. In questo caso sono le isole Brioni. A ogni modo ci siamo”.
Filippo, che non ha mai navigato in vita sua, sta osservando la costa col binocolo di bordo. “Hei, sul cartello della spiaggia leggo Vietata la balneazione - comune di Chioggia. Da quand’è che abbiamo ripreso possesso dell’Istria?”
Dannati voi e le vostre due o tre virate. Siamo in mare da cinque ore e ci troviamo a ottocento metri dal porto di Chioggia! A questo punto decidiamo di cambiare rotta: dopo un bagno rilassante e una merenda si punta lungo costa verso Trieste. Raggiungeremo l’ignoto, costi quel che costi.
Calano le prime ombre della sera quando raggiungiamo Caorle. “Fuori le cibarie ragazzi: dobbiamo nutrirci per resistere tutta la notte fino a Tries…” “Quali cibarie? Non eri tu che le dovevi portare? Abbiamo detto io le bevande, tu…” “Io? Ma guardate che vi eravate impegnati voi…” “No, tu, l’avevi giurato tu!”
Scoppia una rissa tremenda. Davide, quello che voleva rilassarsi, interviene per sedare gli animi. Purtroppo nessuno si occupa più del timone: nella concitazione la barca va fuori controllo, stramba e Davide si becca una tremenda bomata sul naso. Sopravvive per miracolo. Decidiamo di passare la notte in porto e la serata in pizzeria.
La mattina dopo ripartiamo. Appena oltre il Tagliamento s’alza un vento da favola. Il Bavaria, che pare un camper con le vele, pesta come un purosangue non appena si alza il vento. Non vorremo mica andare diritti come dei cadetti! Così facciamo un po’ di movimento. Poca cosa: centoventi virate e sessantasei strambate. A testa, ovviamente. Davide si è silenziosamente chiuso in bagno da diverse ore. Pare cerchi di impiccarsi con la cima del parabordo. Suvvia, niente musi lunghi: nel frattempo abbiamo imparato a usare il Gps. Ora ci vuol solo un attimo a scoprire che da Caorle, in tutta la giornata, siamo arrivati… alla Laguna di Marano. Un quarto d’ora di Ciao, per intenderci.
Però a Marano abbiamo fatto la pace, festeggiato con altri dodici bagni e insegnato a Davide un po’ della magnifica terminologia della vela. Dalla A di Amantiglio siamo arrivati a mezza lettera C. Gli spieghiamo Cabotaggio, Calcese, Carena, Cavicchio e già lui non vuole uccidersi più. Ora ci guarda sorridendo, coi denti in bella vista e due occhietti vispi e stretti, a fessura. Certamente a causa del gran sole.
La sera ancoriamo in laguna (che bravi: ci mettiamo solo due ore!) e non appena calano le prime ombre della sera Andrea prepara i panini mentre io… tiro fuori la chitarra! Faccio “Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi”, “Se sei tu l’angelo azzurro”, “Gli occhi verdi di tua madre”. Davide non canta, però suona le nacchere. Curioso, le suona con i denti: Rattat tat tat tat… Rattat tat tat tat… Com’è bravo, tiene perfettamente il tempo.
Sarà la gioia, sarà il tramonto, saranno le canzoni: improvvisamente ci torna la voglia di navigare. È il momento della notturna! Avanti ragazzi, leviamo le ancore: viaggeremo tutta la notte in direzione Venezia. Stabiliamo i turni: Andrea fino all’una di notte, Sandro fino alle quattro, io fino alle sette.
Partiamo col vento perfettamente in poppa. “È l’andatura più rilassante, perché la barca va perfettamente diritta. Chi è in cuccetta sta comodissimo” spieghiamo pazienti a Davide che ha assunto una curiosa espressione, i capelli totalmente grigi e gli occhi gialli venati di rosa.
Il vento soffia a un nodo circa. Il Bavaria, che pesa come un tir armeno, viaggia a mezzo nodo (quando arrivano le folate), a un sesto di nodo negli altri momenti. Nel silenzio assoluto della notte, io e Andrea apportiamo continue correzioni per ottimizzare l’andatura: “Cazza un po’ la randa!” Skrieeeeg… “Tu, lasca un po’ il fiocco,ora!” Vrrrrrrr…. “Ecco ok, ora cazza ancora un po’!” Sgniiiiit…. “Bene! Prova una farfalla, vediamo se prendiamo velocità!” Sviiiiiish… Clashs… Dong…
Davide, nella sua cuccetta, ha uno strano modo di russare: sembra quasi una risatina isterica mista a un profondo e curioso borbottio.
Fortuna che tra poco tocca a Sandro. Che quando porta la barca è un metronomo: prende un andatura e non tocca più nulla per due ore. “Sandro, sveglia!” lo chiamo. Lui s’alza di scatto dalla cuccetta e TONK! prende una paurosa testata sull’unica protuberanza della cabina: il pomello della luce di cortesia, che purtroppo nel Bavaria è in ottone ramato, roba che fanno solo nella Ruhr. Il problema non è che sanguina a fiotti. È che, totalmente rincoglionito, si rifiuta di prendere il comando.
Così lo rimettiamo a letto e ci mettiamo al timone assieme, io e Andrea. Tranquilli però, ok? Cazza la randa! Skrieeeeg… No no, meglio lascare il fiocco!” Vrrrrrrr…. Aspetta, proviamo a cambiare le mura! Sgniiiiit….
Un’ombra sbuca dal tambucio. Davide, in mutande e bava alla bocca, ci dà una velocissima occhiata di disprezzo, si getta in acqua e comincia a nuotare verso Venezia. Non è un gran nuotatore ma è stranamente sei volte più rapido della barca.
“Davide, amico, dove vai? Davide, fermo, resta con noi! Davide?” Niente, sparisce nel buio. Ora che ci penso: non l’ho più visto da allora.
Alle prime luci dell’alba raggiungiamo Venezia. Abbiamo barba lunga, occhi cerchiati, lingua felpata, alito fetido. Appena entrati in laguna, ci areniamo davanti a Punta Sabbioni. Riusciamo a liberarci arando come trattori, ma ora, oltre a barba e alito puzziamo di sudore come gli avversari di Tyson al dodicesimo round. Puntiamo verso Burano.
Siamo in barca da ormai tre giorni e nessuno è ancora andato in bagno. Qui in laguna, amplificati dallo sbalzo notte-giorno, caldo-freddo, dolce-salato, arrivano d’improvviso i primi irresistibili stimoli. Comincia una terrificante guerra di sguardi per chi occuperà per primo l’unico bagno col suo piccolo wc marino. Finché Sandro, millantando di lavarsi solo i denti, si blinda con sei mandate ed espleta tra terrificanti rumori.
Con una finestrella di sei centimetri quadrati ci vogliono tre ore per cambiare l’aria. Onisto si lancia coraggiosamente, soffre, mugola, s’irretisce, declama e alla fine ce la fa. Io sono l’ultimo a entrare. Curiosamente funziona tutto alla perfezione. Il bagno ha resistito alla furia subumana e scarica ancora perfettamente. Ringrazio tecnici e maestranze tedesche: non v’è alcuna tragedia, in barca, paragonabile a quella data dall’intasamento del water di bordo.
Riportiamo la barca in tempo perfetto dopo aver ripulito e ordinato tutto. Al check in vorrebbero chiederci qualcosa, non foss’altro perché siamo partiti in cinque e torniamo in quattro. Ma basta un accenno di alitata, un “ah!” da tre metri di distanza, per convincerli che è meglio non farci parlare.
Ci ho messo anni per trovare il coraggio di raccontare questa tragedia. Ora pensavo di spedirla via mail anche al caro Davide. Gli allego i testi di Sandro Giacobbe. Sono sicuro che apprezzerà.